Guida al diritto d'interpello - Parte 2 |
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L’ente competente notifica la sua interpretazione al contribuente entro centoventi giorni. Essa, che confermi o meno la soluzione suggerita dall’istante, non stabilisce una verità assoluta bensì solo il parere dell’Amministrazione Finanziaria. Nel nostro Paese vige sempre la libertà di interpretazione: le risposte agli interpelli sono “documenti di prassi”, cioè tali da persuadere i cittadini a seguire un certo comportamento, ma senza comunque vincolarli. Oltretutto, nemmeno l’ente è tenuto ad uniformarsi, tanto che è frequente che di fronte a due distinti interpelli, il medesimo ente cambi idea e fornisca un’interpretazione diversa su un caso identico a quello già valutato a suo tempo. Il contribuente potrà dunque sentirsi libero di uniformarsi o meno all’interpretazione offerta dall’ente. Ma esiste una differenza notevole rispetto al già descritto caso della consulenza rispetto ad una domanda di carattere generale, ed è legata all’onere della prova.
Ma anche l’ente può fare altrettanto. Può cioè offrire una data interpretazione al contribuente e successivamente rinnegarla, contestandogli il comportamento che egli (pur in buona fede) ha posto in essere uniformandosi al parere; in questi casi, comunque, non ci sono mai sanzioni a carico del contribuente. E naturalmente stavolta toccherà all’ente dimostrare perché il comportamento tenuto dal contribuente andrebbe contro le norme esistenti.
L’iter descritto negli articoli precedenti, molto lineare, costituisce l’ordinaria procedura d’interpello. Può però verificarsi il caso in cui tale linearità venga messa a repentaglio quando l’ente interpellato emette in tempi successivi due pareri di tenore diverso. All’ente è infatti riconosciuto dalla legge il diritto di rettificare un suo primo parere con un secondo successivo. In tutti i casi, il secondo parere non può essere emesso oltre il termine massimo di centoventi giorni da quando è stata notificata la richiesta d’interpello del contribuente Se invece egli ha già agito, allora il secondo parere è giunto “fuori tempo massimo”, e dunque sarà proprio quest’ultimo a doversi considerare come mai emesso.
Naturalmente ogni risoluzione fa storia a sé e non comporta conseguenze giuridiche nei confronti dei terzi. Essa produce comunque un enorme valore di persuasione: sapendo infatti in partenza come l’ente interessato interpreta una certa norma, è evidente che chiunque si trovi in seguito in una situazione analoga tenderà a uniformarsi a propria volta.
25/11/2008 Fonte: http://www.retearchitetti.it |

















