Sperimenti fusione fredda a Bologna: suscitano interessi |
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La "fusione fredda alla bolognese" fa proseliti tra gli accademici svedesi, che parlano di un fenomeno complesso da approfondire. Un'apertura che promette bene, ma la strada per la comprensione dell'E-cat è ancora lunga Roma - La presunta fusione fredda sperimentata da due ricercatori dell'Università di Bologna continua a far discutere il mondo scientifico, ma almeno questa volta le critiche e lo scetticismo lasciano il posto a un'ampia apertura di credito da parte di due studiosi svedesi. Che ammettono: nel "catalizzatore energetico" bolognese una qualche reazione c'è indubbiamente stata, ma il fenomeno è complesso e va studiato più a fondo. I due studiosi svedesi sono Hanno Essén, professore associato di fisica teorica e conferenziere presso lo Swedish Royal Institute of Technology, e il professore emerito - oltreché presidente del Comitato energetico della Regia Accademia Svedese delle Scienze - presso la Uppsala University Sven Kullander. Entrambi hanno fatto parte del ristretto gruppo di spettatori, testimoni e "tester" della dimostrazione tecnica organizzata a Bologna lo scorso gennaio.Durante quella dimostrazione, il catalizzatore "E-cat" realizzato da Andrea Rossi e dal suo advisor scientifico il professor Sergio Focardi aveva prodotto rame come elemento di scarto di una reazione tra atomi di idrogeno e nichel, con una produzione di energia elettrica - ottenuta convertendo l'energia termica generata dal dispositivo-prototipo - 100 volte superiore a quella impiegata per l'alimentazione.
Nel rapporto seguito al loro "giro di prova" in quel di Bologna, Essén e Kullander ammettono: "È da escludere qualsiasi processo chimico per la produzione di 25 kWh da qualunque cosa sia presente in contenitore di 50 centimetri cubi. L'unica spiegazione alternative è che ci sia un qualche tipo di processo nucleare che da origine alla produzione di energia misurata".
11/04/2011 Fonte: http://punto-informatico.it |
















